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La Battaglia sui libri

Amelli Cesare
La Battaglia di Marignano
Ricerche e studi sull'opera
degli Svizzeri e sui loro
rapporti con gli altri
Stati prima e dopo
la Battaglia>

1965
Edizioni Istituto Storico
Melegnanese.
Tip. Mascherpa - S.Giuliano M.

Al di là di Marignano
Non si può prpoprio dire che gli Svizzeri dovevano condannare solo se stessi di questa sconfitta; neppure si può sostenere a fondo che, se avessero assalito prima l'esercito francese, quello dei Veneziani non sarebbe giunto a tempo: sono tesi vere, ma incomplete. E' esatto pensare che le discordie avevano fatto loro perdere l'occasione di uscirne vittoriosi; tuttavia bisogna aggiungere che un ruolo nefasto all'impresa giocò la lentezza dei collegati, alcuni dei quali si prestavano ad uno sleale doppio gioco. (nota 1)
Sui morti Svizzeri vi è assoluta incertezza: gli storici francesi ne dicono 13-14 mila; il Guicciardini, che rappresenta la storiografia italiana, suggerisce 8-9 mila; gli Svizzeri stanno sui 5-6 mila. (nota 2) Tra i caduti notevoli svizzeri furono Giacomo Meis, Giacomo Escher, Schwenth, Clauser, due Keller, tutti di Zurigo; Ugo di Halvill e Luigi Frisching di Berna; i due Landmani di Ur, Imhof e Puntiner; Nicola Wurz d'Underwald; Schwartzmaurer di Zug; Giovanni Boer di Basilea.
L'esercito rientrò in Milano senza ostacoli, dove ricominciarono le liti tra il cardinale e gli altri capi. Il cardinal Schinner tentò invano di persuaderli a rimanere finchè giungessero nuovi soccorsi. I due primi magistrati di Zurigo e di Lucerna, Roust ed Hartenstein, fecero vincere il partito di coloro che volevano tornare in Svizzera e di lasciare soltanto un presidio in Milano e in Cremona fino a quando si conoscessero le determinazioni della Dieta Elvetica che era in consiglio a Lucerna.
Il cardinale di Sion allora, desolato e indispettito, prese la strada per Innsbruk dove viveva l'imperatore. Gli Svizzeri si diressero a Como e a Bellinzona, e dopo aver provveduto alla sicurezza di Lugano e di Locarno, giunsero tra le Alpi sul finire di settembre. Il duca di Milano si rinchiuse in Castello, e la città fu immediatamente occupata dai Francesi. Il re poteva dirsi finalmente soddisfatto; lo scontro era avvenuto; la vittoria era giunta; il sangue si era versato; il Baiardo lo aveva creato cavaliere; tutta Europa avrebbe parlato di lui; e la giusta sacrosanta eredità del ducato milanese, che i re francesi bramavano anche nel sonno, era nelle sue mani; e finalmente - al sommo del suo orgoglio di ventunenne - la tracotanza degli Svizzeri era fiaccata. Il destino gli aveva serbato di distruggere l'invincibilità degli Elvetici. (nota 3)
Intanto la Dieta svizzera fece sperare altri soccorsi; ma, sebbene il duca poteva per lungo tempo tenersi sicuro nel castello di Milano, tuttavia preferì darsi spontaneamente nelle mani del vincitore. Cedette il Castello, Cremona, tutti i possedimenti, e si contentò di passare in Francia per finire i suoi giorni con un vitalizio di 30.000 scudi e con una lontana speranza del cardinalato. Quando il duca Massimiliano Sforza venne ammesso ad adempiere gli atti della sottomissione, ringraziò il re di averlo sottratto, togliendogli il trono, all'arroganza dgli Svizzeri, all'avidità dell'imperatore e agli inganni degli Spagnoli. Il che era a dirci che nel giro di poche ore Massimiliano Sforza si era accorto di "aver sbagliato" totalmente politica, di "aver capito" che le antiche alleanze erano enormi errori, e che gli Svizzeri erano truppe indesiderabili. Ma è qui dove brilla di triste luce la figura del duca, un uomo che non ha saputo essere degno di una politica chiara e coerente. La sua fine doveva riscattare un passato insignificante: la morte in combattimento o l'esilio volontario con i suoi Svizzeri, nella povertà e nell'umiliazione di una gloriosa sconfitta, avrebbe fatto di lui un personaggio storico meno scadente e meschin. I suoi antenati, Attendolo, Gian Galeazzo, Ludovico Maria, avrebbero avuto vergogna di includerlo nella loro famiglia. (nota 4)
Per quanto riguarda gli Svizzeri, la sventura della terribile sconfitta e il numero elevato di morti, l'umiliazione di concludere una battaglia in modo insperato, e la necessità di ritirarsi in ordine senza essere molestati dal nemico quasi avessero vinto, erano cas senza esempio nella loro storia.
I mutamenti politici che si profilavano, la restaurazione del governo francese in Italia, l'insoddisfazione per una campagna chiusa male, richamarono a nuova vita il partito che non aveva mai cessato di parteggiare per la Francia: di fronte ai sostenitori del papa e degli ispano-imperiali prendeva forza il partito filofrancese. L'uno e l'altro partito si caricavano di rimproveri; ognuno, a modo proprio, attribuiva all'altro le sventure della nazione: gli uni rimproveravano agli altri di aver stipulato un trattato speciale con la Francia, e questi rinfacciavano agli oppositori di averlo infranto.
A nostro parere, gli Svizzeri si trovavano incatenati da difficoltà insuperabili: tra di loro, funeste secessioni e disaccordi tra i capi; all'esterno, un duca di Milano inetto ed opportunista; un papa indeciso; le truppe spagnole-fiorentine-imperiali, tra loro collegate, che erano collegate anche nell'indolenza, incuranti e neghittose in una campagna militare troppo importante ed intensamente impegnativa; stavano a vedere, a considerare, a tenere lunghi consigli di guerra tra un succulento pasto ed una abbondante cena.
La notizia della sconfitta arrivò in Svizzera. Centinaia di famiglie desolate e private di quanto avevano di più caro si abbandonarono a violentissimi rimproveri contro gli autori dell'impresa di Marignano, e li accusavano di assoluta incompetenza e di aver venduto vergognosamente ai principi le vite umane per ricevere nascostamente forti somme.
A Zurigo il popolo delle campagne, irritato, brandì le armi, e si radunò alle porte della città, chiedendo la punizione dei magistrati. Sulle piazze muti assembramenti; nelle chiese campane a mesti rintocchi; nelle botteghe il lavoro taciturno; nelle scuole si indicava la cartina geografica della Lombardia per segnare Marignano. Ma intanto che il popolo sfogava il suo rancore o il suo pianto, i responsabili del pubblico potere discutevano sui rapporti che si dovevano creare con Francesco I: tutti erano d'accordo di salvare il salvabile, ma su questa premessa generale voluta da tutti incominciavano le grandi discussioni quando si trattava di discutere i modi concreti dell'attuazione.
Berna e altri sette Cantoni volevano che si tornasse al Trattato di gallarate del 9 settembre 1515, interrotto quando già era a buon fine, per mezzo del quale gli Svizzeri avrebbero dovuto essere in pace con il re, ricevessero tre mesi di paga, e in numero di quattromila fossero alle dipendenze della Francia, cedendo il ducato di Milano al re. Berna ed altri sette Cantoni volevano dunque che si accettasse il Trattato di Gallarate e che lo si rendesse comune a tutta la Svizzera; ma Zurigo, Uri, Schwitz, Basilea, Sciaffusa, si ostinarono a rifiutarlo. (nota 5)
Il cardinal di Sion rinfocolava la fazione di chi rigettava il Trattato di Gallarate, propagandando le ragioni dell'imperatore, del papa, della Spagna e - diceva - di larghe masse elvetiche. ma, nonostante i suoi argomenti ed i larghi appoggi, ogni giorno andava perdendo stima nella considerazione pubblica. Troppe critiche gli rivolgevano: era diventato capo di un partito, non più di una nazione, era uno scaltro mestatore, ed approfittava della sua posizione di legato papale per disturbare, senza pericolo per lui, la pace della sua patria e trascinarla in guerre dalle quali derivavano sventure agli altri e guadagni per lui. Erano queste le principali accuse.
Arrivò intanto a Lucerna anche la notizia che il papa aveva concluso una pace separata e che il duca di Milano aveva abdicato, denigrando con parole offensive i suoi vecchi difensori. Gli Svizzeri provarono le ore di angoscia più terribili di tutta la loro storia: la Lega antifrancese scopriva il suo vero volto: il focoso Watteville aveva ragione. A tali notizie gli Svizzeri potevano credersi liberi da ogni legame e sdebitati dal dover difendere i loro protetti e soprattutto Massimiliano Sforza che aveva ceduto. Il duca di savoia, Carlo II il Buono, cogliendo questo momemto opportuno, offriva la sua mediazione tra il re francese ed i cantoni, mentre lo stesso Francesco I ptometteva forti somme di soldi agli Svizzeri per riaverli amici.
Una cosa si incominciava a capire: l'esercito francese era guidato da valenti capitani, fornito di ottima artiglieria e di numerosa cavalleria, al comando di un giovane re che aveva lo scopo ben chiaro, con alle spalle una nazione forte e organizzata; e tale esercito poteva essere vinto con una forza bellica uguale. Oggi potremmo dire che la vittoria svizzera non sarebbe mancata se fossero esistiti tra fattori determinanti: la sorpresa di un esercito che fosse arrivato inaspettato sui Francesi; la massa di tutti i collegati attivamnte presenti alla battaglia in posizione strategicamente favorevole; il morale altissimo delle truppe. Alla vigilia di Marignano, invece, era tutto l'opposto! Saremmo contro la verità storica se dovessimo sostenere che i collegati avevano già perso prima di Marignano, ma è assolutamente vero che essi scesero contro i Francesi con troppa leggerezza, lasciando gli Svizzeri a Marignano in condizione di grave svantaggio psicologico, diplomatico e strategico. La storia dev'essere non solo la maestra dei popoli e dei governanti, ma anche la loro giustiziera.
La sanguinosa tragica vicenda svizzera sui campi di Marignano portò come prima conseguenza il ritorno della Francia a Milano. Ma non portò la pace. Alla morte dell'imperatore Massimiliano nel 1519, il re Francesco I, memnore della vittoria a Marignano ottenuta contro gli invincibili, credette opportuno porre la sua candidatura. Ma alla corona del Sacro Romano Impero arrivò carlo di Spagna, sia con il brillante oro spagnolo, sia sotto il timore dei Turchi, sia facendo valere il titolo di Principe di Germania: il 28 giugno 1519 fu gridato imperatore con il nome di Carlo V.
Francesco I, che aveva concluso con gli Svizzeri la Pace Perpetua e stabiliva un'alleanza con loro, si vdeva dunque respinto; e la nuova situazione doveva insanguinare tutta l'Europa ed il Milanese ancora di sangue svizzero. Riarse la Lega antifrancese: ma gli Svizzeri erano, ora, con il re di Frncia. Lo scontro avvenne alla Bicocca di Milano, il 29 aprile 1522. Nonostante gli atti di valore, malgrado l'accanimento antico ed il desiderio di riscattare l'infamia di Marignano, gli Svizzeri ebbero ancora partita persa: lasciarono sul terreno tremila uomini; diciassette comandanti morti; uccisi anche Alberto di Stein, senatore di Berna, ed Arnoldo di Winkelried, uno dei capi più valorosi e stimatissimo nel suo Cantone di Unterwald. Anche la Bicocca, come marignano, stava a dimostrare che gli Svizzeri non erano più invincibili: ed è questa una fama alla quale si rinuncia con molta pena e profondo dispiacere.
Il valore e la perizia nell'arte della guerra erano sempre uguali, ma anche le altre nazioni cominciavano a rendere addestrate tecnicamente le loro fanterie. In particolare i Lanzichenecchi si erano allenati scientificamente per essere rivali di molto superiori ai picchettieri svizzeri.
L'ultimo atto avvenne a Pavia, il 24 febbraio 1525. Là Francesco I si battè fino all'ultimo; poi, ferito e circondato, venne preso come prigioniero in nome dell'Imperatore Carlo Quinto. Anche a Pavia gli Svizzeri, dopo Marignano e la Bicocca, non seppero reggere all'urto dei soldati della Lega: l'astro della loro invincibilità era definitivamente tramontato. Tuttavia rimasero sempre buoni combattenti e prodi guerrieri sul campo: ancora nel 1598 si scriveva di loro: "...sono feroci nella guerra, e sono sempre soldati mercenari..." (nota 6)


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