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Martiri
e santi sulle nostre strade.
Si decidono in questi anni anche le sorti della vecchia religione
pagana, dopo la forte ripresa delle persecuzioni sotto Diocleziano.
Alla diffusione del Cristianesimo nell'Italia settentrionale non
era certo stata estranea la presenza di vie di grande comunicazione
come quelle che si vengono considerando. Ora esse vedono, secondo
la pia tradizione, uno degli episodi tipici della persecuzione,
a cui resta legato il nome di un importante centro posto sul tratto
Piacenza-Bologna della via Emilia.
Al tempo di Massimiano, collega di Diocleziano come abbiamo visto,
nella "tetrarchia", Donnino, già "cubiculario"
dell'imperatore e custode della corona, professatosi cristiano,
si allontanò con altri dall'esercito cercando di rifugiarsi
a Roma; raggiunto, fu decapitato "presso il fiume Stirone,
nel mezzo della via pubblica detta Claudia", ossia sulla via
Emilia. Levatosi miracolosamente, portò il suo stesso capo
dall'altra parte del fiume, ove ebbe poi sepoltura: il luogo prese
il nome del martire.
Ma Costantino cambia radicalmente la politica ufficiale dell'Impero
nei riguardi del Cristianesimo, e Costanzo II (che fa di Milano
l'effettiva capitale dell'Impero, e di lì compie un solenne
viaggio a Roma nel 357) sono addirittura osteggiati i culti pagani.
Alcuni dei più illustri viaggiatori che verso la fine del
secolo IV calcano le vie tra "Mediolanum", "Placentia"
e "Bonobia" sono grandi figure del Cristianesimo vittorioso,
che si impongono con la loro personalità anche nella vita
civile, quali Satiro, Agostino e Ambrogio.
Più incerto è il passaggio di Satiro, che tuttavia
compì il suo ultimo viaggio dall'Italia meridionale a Milano;
ma Agostino stesso ci dice che nella propria vita trasferirsi da
Roma a Milano significò qualcosa di provvidenziale, di decisivo.
"Quando Milano mandò a chiedere al prefetto di Roma
che procurasse a quella città un maestro di retorica inviandolo
con la corriera dello Stato, io stesso brigai per opera dei medesimi
Manichei briachi di vanità (quell'andata era destinata a
sbarazzarmi di loro, ma né essi né io il sapevamo)
perchè Simmaco, che era allora prefetto, mi sottoponesse
a una declamazione sopra un tema proposto e, qualora avessi ottenuta
l'approvazione, mi ci mandasse. Così venni a Milano dal Vescovo
Ambrogio". Agostino aveva motivi per usufruire di buon grado
del "cursus publicus" (evidentemente ancora in piena efficienza
tra le due grandi città): e così dovette certo seguire
la via principale di Bologna e Piacenza. Siamo nel 384: Ambrogio
è un grande vescovo che s'impone per energia ed elevatezza
morale. Eppure proprio lui aveva tentato di sottrarsi, per modestia,
alla carica quando vi era stato designato, lasciando Milano di notte
per rifugiarsi a "Ticinum". All'alba però si era
trovato ancora davanti alla sua città "presso la porta
che è detta Romana" cioè dove terminava la strada
proveniente da Piacenza e da Roma. Miracolo l'aver preso una via
maestra ed essersi trovato a camminare su di un'altra, ed in direzione
opposta alla voluta: "Iddio impedì la sua fuga"
dice il biografo del santo, lo stesso che ci dà notizia anche
di un'altra partenza di Ambrogio da Milano in circostanze ancor
più gravi e storicamente più definite. Nell'autunno
del 393 egli dovè lasciare la città per l'imminente
arrivo di Eugenio competitore dell'imperatore Teodosio, e andò
prima di tutto a Bologna; ma già l'anno dopo "tornò
a Milano dalla Tuscia". E' da credere che il santo abbia seguito
la strada da "Mediolanum" a "Placentia" e, fino
a "Bononia", la "Via Aemilia".
La quale ultima comunque non gli era ignota: abbiamo infatti proprio
da lui il quadro più fosco della desolazione regnante nelle
città che toccava: tanta da potersi portare a esempio della
caducità di ogni opera umana ciò che si vedeva allora
venendo a Piacenza, attraverso Bologna, Modena e Reggio sulla via
maestra. La definizione di "cadaveri" data dal santo a
quelle città è forse lievemente retorica, ma certo
tutta la regione traversata dalla via Emilia e la strada stessa,
in questa metà del secolo IV che vede riaccendersi il processo
di disgregazione dell'Impero, erano profondamente decadute. Proprio
pochi anni prima che Ambrogio scrivesse così, Graziano aveva
assegnato terreni da coltivare attorno a Parma, Reggio e Modena
ad un barbarissimo popolo da lui vinto: i Taifali. Si può
immaginare quali ripercussioni questo avesse in una zona dove già
larghe estensioni di terreno coltivabile erano state abbandonate,
e che andava in gran parte tornando sotto il dominio del bosco e
della palude.
Fu Teodosio, benchè come si è visto contrastato da
usurpatori e barbari, a ridare ancora prestigio all'autorità
imperiale, e all'Occidente una relativa tranquillità di cui
beneficiò in ispecie Milano, che più volte lo accolse
tra le sue mura.
Una manifestazione di questo miglioramento possiamo considerare
i lavori eseguiti sulla via da "Mediolanum" a "Placentia"
ai quali si riferisce l'epigrafe che compare su tutti i tre miliari
conservati a Lodi. Essa porta il nome di Teodosio unito a quello
di Valentiano e di Arcadio, Augusti ed è perciò riferita
al periodo 383-92; ha tono di dedica, e ciò indica che i
relativi lavori furono curati dalle autorità municipali.
I caratteri sono assai rozzi: confrontandoli con quelli dell'epigrafe
più antica che figura su uno degli stessi miliari (a ricordo,
come si è detto, dei lavori compiuti al tempo di Diocleziano)
resulta evidente l'imbarbarimento avvenuto nel corso di un secolo.
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