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Verso
il crollo dell'Impero.
L'organizzazione civile creata dai Romani non era del tutto annientata:
una delle arterie che pulsavano ancora era la grande strada che
univa Milano a Roma attraverso Piacenza e Bologna. Come ancora si
viaggiasse dall'uno all'altro dei suoi estremi, e in mezzo a quali
circostanze, può rilevarsi dai due trasferimenti Roma-Milano
compiuti da Simmaco, il "prefetto" che aveva esaminato
Agostino, a noi noti dalle lettere di Simmaco stesso. "Io devo
- egli scrive all'amico Lucillo -percorrere la Flaminia chiamato
ai nuovi fasci del generoso console". Simmaco viaggiò
in pieno inverno. La cerimonia era fissata per il 1° gennaio
(anno 400) a Milano, residenza imperiale: entrava in carica Stilicone,
regnando in Occidente Onorio figlio di Teodosio.
Angosciosi e gravi di pericoli i tempi; Stilicone rappresenta uno
degli ultimi difensori su cui conti l'Impero per opporsi alle invasioni
che toccano ormai sempre più frequentemente l'Italia. E meno
di due anni dopo, un barbaro terribile, Alarico, entra con la sua
gente nella valle del Po. Proprio allora Simmaco torna a Milano
dall'imperatore; e questo secondo viaggio è ricordato in
due lettere al figlio. "Essendo mancata l'occasione del corriere
ho affidato i miei scritti a un privato. Credo che questi arriverà
da voi con ritardo. Ma entrambe le lettere contengono le stesse
cose: che io giunsi a Milano il 24 febbraio...". Simmaco narra
di aver dovuto fare, cercando un passaggio sicuro, molti giri viziosi
e di essere arrivato alla meta "per le contrade fuori mano
di Ticinum". Benchè egli non lo precisi, è naturale
abbandonasse il cammino ordinario dopo il passaggio del Po, entrando
nella Transpadana già invasa da Alarico. Ciò si può
ritenere avvenisse a Piacenza, dove incominciava una strada per
Pavia ("Ticinum").
La via normale che Simmaco fu costretto a lasciare sarebbe così
la "Placentia"-"Laus"-"Mediolanum";
su di essa e sulla via Emilia, prolungamento della Flaminia, egli
deve esser passato nel precedente viaggio compiutosi in condizioni
normali. E lungo queste strade, all'alba del secolo V, esisteva
dunque ancora, pur nell'imminenza dell'invasione, almeno un servizio
di corrieri a cavallo per il collegamento Milano-Roma: ciò
resulta oltre che dall'accenno di Simmaco al "veredario"
anche dalle sue raccomandazioni al figlio, perchè non trascuri
di scrivergli. Simmaco potè tornare in quello stesso inverno.
Milano non era stata assediata da Alarico, ma l'imperatore e la
corte non vi si sentirono più sicuri e decisero di passare
stabilmente in Ravenna. Questo fatto diminuì la importanza
delle vie da Milano a Piacenza e da Piacenza a Bologna, rimaste
ormai fuori dell'itinerario fra la capitale dell'Impero in Occidente
e Roma. Il settore iniziale della prima accoglieva tuttavia il traffico
tra Milano, sempre considerevolmente prospera, e Ravenna. Per passare
dall'una all'altra città si seguiva infatti la strada di
Piacenza fino a "Laus Pompeia" e s'entrava poi nella "Via
Cremonensis" che continuava fino a Mantova e a "Hostilia".
Da Ostiglia era possibile raggiungere Ravenna "per Padum",
come dice la "Tabula Peutingeriana", cioè con un
servizio di barche che scendevano prima per un ramo del Po e quindi
per la "Fossa Augusta" fino alla città.
Le ultime energie dell'Impero si raccolgono intorno a Ravenna; e
le condizioni dell'Italia esausta e devastata sono tali da lasciar
credere che ben misera cosa fosse il traffico che si svolgeva sulle
strade che non portavano ad essa. Si susseguivano anche sulla Piacenza-Bologna
le schiere barbariche e quelle spesso non meno turbolente dei Germani
che militavano sotto le insegne dell'Impero. E siamo ormai agli
avvenimenti che segnarono anche di diritto la fine dell'Impero Romano
in Occidente: vittoria di Odoacre e deposizione, senza successore,
di Romolo Augustolo. Dire che la battaglia decisiva fra Odoacre
e Oreste avvenne "sotto le mura di Lodi Vecchio" è
azzardato, ma certo tra "Laus" e Piacenza si svolsero
le ultime fasi della lotta e gli opposti eserciti percorsero o tagliarono
la "strada romana".
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