|
La
via Milano-Piacenza durante il grande assedio di Milano.
Ancora meglio la via da Milano a Piacenza, con la diramazione per
Lodi, rivela la sua efficiente presenza attraverso le cronache del
più celebre assedio subito dai Milanesi. Questo praticamente
si inizia nell'agosto 1161 e va progressivamente inasprendosi. A
Lodi sta dall'ottobre in poi la residenza abituale dell'imperatore,
in relazione alla necessità di dominare le vie d'accesso
a Milano: "L'Imperatore che svernava a Lodi faceva custodire
giorno e notte, tanto dai Lodigiani come dai Teutonici le strade
attraverso le quali le vettovaglie erano di solito introdotte a
Milano da Brescia e da Piacenza". Soprattutto da Piacenza si
cercò di far giungere agli assediati delle provvigioni inoltrandole
per la "strada romana"; e nella metà inferiore
di tale via dovettero esser catturati in maggioranza quei rifornitori
clandestini che ebbero, secondo gli ordini del Barbarossa, mozzata
la mano destra.
Il rigore del blocco stradale contribuì al successo dell'assedio,
che in febbraio appariva già all'epilogo. Allorchè
il settore superiore della vecchia strada vide l'angoscioso andare
e venire dei vinti da Milano al comando imperiale. Esso incominciò
il primo di marzo allorchè "i consoli sparuti cavalcarono
a Lodi..." e continuò il 4 con la venuta di trecento
cavalieri con le bandiere delle "porte" culminando poi
il 6, quando si presentarono moltissimi notabili e parte della fanteria,
espressione più diretta del popolo.
Tutti partendo si misero sulla "via romana", e la seguirono
fino a Lodi Vecchio, imboccando poi la strada per il "porto
dell'Adda"; si può crederlo senza riserve specie per
quelli che il 6 vennero alla sottomissione più dura e solenne,
dato che scortavano il carroccio, veicolo grosso e pesante. Dal
carroccio il gonfalone del comune spiccava nel mezzo della lunga
fila, quando i Milanesi giunsero, in formazione, alla porta di Lodi
e li vide il notaio imperiale Burcardo: "Entrarono in ordine
in Lodi Nuova: il popolo di tre porte precedeva il carro e la restante
moltitudne lo seguiva, fino al palazzo dell'imperatore, che sedendo
alto sul trono era visto da essi da lontano". Forse anche Burcardo
era in alto: egli infatti rappresentò quasi panoramicamente
quella fila di uomini avviliti che conservando l'ordine preso in
marcia percorrevano il tratto urbano della strada, mentre dal carroccio
le trombe "suonavano più forte e quasi celebravano le
supreme esequie della loro superbia che lì doveva morire
e venir sepolta".
La resa dei Milanesi a Lodi segna il più clamoroso successo
del Barbarossa in Itali e sarà consacrata anche dalla poesia.
Di fatti così memorabili queste strade non saranno più
spettatrici negli anni immediatamente successivi, pur venendo ancora
utilizzate in circostanze di notevole rilievo. Le ricalca il Barbarossa
tornando in Italia nel 1163 e poi di nuovo alcuni anni dopo; Lodi
è sempre il suo punto d'appoggio: questa volta sostandovi
con la moglie vi tiene un'assemblea generale, indi mette a punto
il suo esercito e di lì inizia quella spedizione verso Roma
che tanto abbasserà la sua fortuna.
Era il 1167: un eccezionale periodo nella vita della Milano-Piacenza
si avviava alla fine: pochi mesi dopo Lodi cessa di essere una meta
costante del Barbarossa, aderendo a quella Lega Lombarda che permetterà
ai comuni, e a Milano prima di tutti, di prendersi sulla superbia
imperiale la chiara rivincita di Legnano.
Federico dovette con amarezza rinunciare a esercitare il suo consueto
potere su quella città che aveva prima fondata e poi costantemente
protetta. Quando egli vi ritornerà, chiusa la grande lotta,
nel 1184, in occasione di una amichevole visita alle principali
città della zona, quali Milano, Lodi e poi Reggio e Bologna,
la sua posizione sarà assai diversa. Qualcosa tuttavia nel
Lodigiano venne ad evolversi nel senso indicato dall'energica volontà
di lui: il tracciato della Milano-Piacenza si spostò in direzione
della città nuova e si stabilì col tempo definitivamente
attraverso di essa.
|