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Ripresa
ed epilogo della lotta fra i comuni e gli Svevi lungo le strade
da Milano a Bologna.
La regione lombardo-emiliana è ancora il campo di un contrasto
di portata storica dopo i primi decenni del secolo XIII, quando
la sostanziale indipendenza acquistata dai comuni lottando col Barbarossa
viene mortalmente minacciata dall'azione di Federico II. L'asperrima
lotta conduce sulle strade tra Milano, Piacenza e Bologna i protagonisti,
individui e masse, di un momento cruciale del nostro Medioevo.
E' proprio sull'Emilia, a Borgo S.Donnino, che l'imperatore nel
1226 abroga, in una riunione, i privilegi concessi dal Barbarossa
ai comuni con la pace di Costanza. La via Emilia, anzi tutto il
nastro stradale che da Milano porta a Bologna, è la linea
su cui si muovono negli anni successivi le forze imperiali e quelle,
spesso fra di loro in lotta, dei maggiori comuni padani. Agli estremi
due città ostilissime a Federico, come ostili erano Lodi
e Piacenza; nel mezzo Parma, Reggio e Modena, strette nella cosiddetta
"lega medio-padana", che appoggiava con tutte le forze
i ghibellini.
Il territorio più conteso era quello fra Modena e Bologna:
nel 1228 lo attraversano i Parmigiani, con il carroccio e con forte
numero di cavalieri propri e degli alleati; passano "lungo
la via Claudia" e, naturalmente distruggendo quanto è
possibile, raggiungono il Reno, anzi vi mandano a bere i cavalli.
Accorrono, da Bazzano, che stavano assediando, i Bolognesi coi loro
alleati: lo scontro avviene presso la via maestra, a S.Maria in
Strada, ed è lungo e sanguinoso; sconfitti restano i guelfi.
Nel 1237 anche Lodi deve passare nel campo imperiale: sulle strade
a nord di essa compaiono negli anni successivi, re Enzo, il giovinetto
figlio di Federico, col suo feroce alleato Ezzelino: e manovrano
verso Milano fronteggiati dalle milizie di quella città.
E proprio l'avvenimento risolutivo della lotta maturerà fra
Piacenza e Bologna presso la strada maestra e sulla medesima. Nel
1247 i fuorusciti guelfi di Parma rientrarono improvvisamente nella
città e la voltarono contro l'imperatore. Federico capì
di dovere immediatamente recuperare la posizione che gli assicurava
anche il libero transito sull'Emilia e il passaggio dell'Appennino
per la via di monte Bardone. Appena due settimane dopo il fatto
organizzava l'assedio, ma già "s'era concentrato a Parma
tutto lo sforzo della parte guelfa padana". Federico impegna
tutte le energie. Per stringer le sue file ed evitare altre defezioni
crea un clima esaltato: edifica agli assedianti una specie di città
e la battezza "Vittoria".
Il luogo prescelto è a nord di Parma di fianco all'Emilia,
tra essa e la strada di Vicofertile, fino alla Crocetta. Là
l'imperatore eretico e scomunicato s'insedia coi suoi alleati, coi
saraceni della guardia, coi consiglieri, coi tesori, con l'harem,
perfino. E per sei mesi e più accumula furore. Una mattina
di febbraio Federico va a caccia con il falcone lungo il Taro: gli
assediati, pronti, escono e attirano molte forze fuori di Vittoria.
Allora il popolo tutto di Parma, esasperato dalla fame e dal terrore
di una resa, per la via Emilia si slancia sugli alloggiamenti imperiali.
Il successo è travolgente: Federico è richiamato dall'incendio
che divora la posticcia città. Ma lui e i superstiti ebbero
appena il tempo di pensare allo scampo: "e durò la fuga
dell'imperatore e dei suoi, che portarono in salvo unicamente le
loro persone, fino a Borgo San Donnino e di lì fino a Cremona,
senza un attimo di sosta".
Il disastro era irreparabile; e poco dopo lo aggravava la sconfitta
di re Enzo a Fossalta, pure presso la via Emilia, dove essa traversa
il Panaro. Catturato, re Enzo dovè percorrere la via maestra
fino a Bologna con la scorta dei Bolognesi: lungo l'ultimo tratto,
da Anzola in poi, le milizie comunali vittoriose sfilarono come
in un vero e proprio trionfo, e "ogni persona della Città
uscì fuori rallegrandosi di tanta vittoria".
Come s'era sviluppata nelle prime fasi, sulla strada Milano-Piacenza-Bologna
così su di essa si concludeva la lotta implacabile tra i
comuni e gli Svevi. Il fatto non era casuale, ma dimostrava l'importanza
della grande arteria, la vitalità dei centri attraverso i
quali correva, il valore del collegamento che essa costantemente
assicurava.
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