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Stato
della via Emilia, fino a Bologna, nell'alto Medioevo e in età
comunale.
Durante il secolo XIII il tracciato della strada maestra da Milano
a Piacenza veniva, come s'è visto, diversificandosi in parte,
rispetto all'età romana e al primo Medioevo. Nel tratto superiore
della via Emilia invece non si era ancora verificato alcun fatto
di quella portata. In piena età comunale l'arteria principale
per andare da Piacenza a Bologna seguiva sostanzialmente la traccia
più antica. Deviazioni parziali si devono senz'altro ammettere,
malgrado la scarsità di notizie, per il periodo medioevale
più antico, se si tiene conto delle inondazioni, delle cadute
di ponti, delle rovine e delle interruzioni causate dalle guerre,
dei cedimenti a cui nessuno aveva posto riparo. Tuttavia la corrispondenza
dei due tracciati, antico e moderno, constatata per epoche a noi
più vicine induce a credere che le varianti siano state temporanee
e che la strada nel suo complesso non abbia mutato fisionomia: anche
lo sviluppo dei centri abitati da essa toccati lo conferma.
L'Emilia cambiò invece sicuramente il nome. A partire dall'alto
Medioevo essa ci appare distinta, proprio in questo tratto Piacenza-Bologna,
con il nome di Claudia. Di spiegare il fenomeno molto si interessarono
i dotti locali dei secoli passati: e chi ritenne che il nuovo nome
fosse stato imposto da Claudio "per qualche riattamento o per
vana ambizione", chi da un figlio di Costantino il Grande,
Claudio Costantino, chi pensò che esso fosse venuto in uso
quando a causa di allagamenti e di guerre "cominciò
a torcersi il cammino da Piacenza a da Parma a Lucca, e di colà
si corse per la via Claudia".
Degli Itinerari antichi quello che contiene l'elemento più
interessante in proposito è "l'Itinerarium Antonini"
che, come già notarono il Beretta a l'Affò, non menziona
la via Emilia, mentre registra una "via Clodia" da Lucca
a Roma come seguito della Parma-Lucca. Ciò viene ad avvalorare
la tesi che il cambiamento sia accaduto per estensione alla Piacenza-Bologna
del nome di quella via che assieme ad essa assicurava nel Medioevo
i collegamenti dell'Italia settentrionale con Roma; strada che partendo
dall'Urbe si chiamava appunto Clodia. Come che sia, il nome di Claudia
è dato all'Emilia in un'infinità di documenti dell'età
di Carlo Magno fino all'Ottocento.
Quanto alle deviazioni dal vecchio tracciato le più importanti
debbono essersi verificate, come s'è detto, in vicinanza
dei fiumi per la necessità di trovare una via nei terreni
allagati e il punto migliore per stabilire l'attraversamento della
corrente principale. Gli antichi ponti romani privi di qualsiasi
cura restarono certo interrotti nei primi secoli del Medioevo. Il
più importante, quello sul Reno, sembra che nel secolo IX
non esistesse più da un pezzo. E per molto tempo, a quanto
risulta, non si mise mano a opere durature che potessero sostituire
le antiche: anche i sovrani si limitavano a esigere in occasione
del loro passaggio che i sudditi riadattassero la strada temporaneamente.
Una serie di lavori organici sulle strade che ci interessano viene
intrapresa solo in età comunale, quando sorgono dei centri
sostanzialmente autonomi che traendo beneficio diretto dalle vie
di comunicazione sono spinti a impiegare le proprie risorse per
il mantenimento e il miglioramento di esse. Si è veduto brevemente
ciò che a quell'epoca venne fatto sulle strade da Milano
a Piacenza, accennando anche allo sforzo dei Piacentini per assicurare
il collegamento tra le due sponde del Po, in corrispondenza della
via milanese, davanti alla loro città, non solo con il "porto"
ma anche per mezzo di ponti.
Tale sforzo venne continuato nella seconda metà del secolo
XII. Quando più viva ardeva la lotta fra il Barbarossa e
Milano esisteva sul grande fiume un ponte di barche in prossimità
di Piacenza; e tanto ostacolava l'isolamento di Milano che l'imperatore
il 19 ottobre 1160 guidò contro di esso una grossa spedizione:
i Piacentini poterono salvare le barche smembrando il ponte. Ma
quando il pericolo bellico non fu più imminente essi ripresero
a tenere ponti sul Po - ne avevano uno sul ramo vivo e uno su quello
morto nel 1174, a dire dell'Agnelli - e a tenzonare col monastero
di S.Giulia di Bresci per il controllo del "passo", fino
ad accaparrarselo definitivamente mediante il pagamento di un tributo.
Di altri ponti sul Po presso Piacenza si ha notizia in occasione
di attacchi armati condotti contro di essi: e precisamente di uno
quasi raggiunto dai Cremonesi nel 1215 e del "ponte nuovo"
contro cui inutilmente si accanirono grandi forze ghibelline nel
colmo della lotta tra Federico II e i comuni (1239). Nel 1250 un
ponte stava ancora sul Po piacentino; distrutto poco dopo, venne
ricostruito più robusto. Nel 1309 un ponte sul Po era di
nuovo attaccato dai nemici di Piacenza, Milanesi, Pavesi, Vercellesi,
ecc., e incendiato.
Qualche anno dopo, nel 1316, i Piacentini lavoravano ancora alla
costruzione di un ponte sul Po: un'opera gravosa, imposta con sistemi
oppressivi da un padrone forestiero, Galeazzo Visconti. Si era ormai
in un'epoca nuova: quella della lotta fra le signorie e dell'espansione
viscontea; il ponte non era richiesto solo da interessi municipali,
ma da quelli della città egemone. Del resto già nel
Duecento Milano aveva cercato di stabilire un proprio ponte sul
Po per comunicare più facilmente col Piacentino. Il ponte
milanese era sorto a sud di Orio verso il 1240, in quella zona dove
poco prima il grande comune lombardo aveva ceduto delle terre ai
Lodigiani, perchè vi fabbricassero essi un ponte e vi conducessero
una strada diretta dalla loro città. Non sappiamo se l'opera
dei Milanesi sostituisse quella che i Lodigiani non avevano potuto
eseguire o semplicemente si affiancasse ad essa: sembra però
che l'apertura di una via di comunicazione tra Milano e Piacenza
attraverso Lodi e il ponte di Orio non sia riuscita, perchè
il ponte suddetto durò pochissimo tempo.
Quanto alla via Emilia vera e propria, risale all'età comunale
la costruzione dei primi ponti in pietra, dopo quelli romani, sui
principali corsi d'acqua. Sull'Arda un ponte senz'altra specificazione
è ricordato dagli Annali Piacentini nel 1214. Un ponte in
muratura sul Taro sarebbe sorto vero il 1170, per opera di un eremita
che commosso dai disagi della popolazione "tanta usò
industria accattando elimosine" da arrivare a realizzarlo.
Il ponte esisteva certo all'inizio del secolo successivo, e gli
sorgeva vicino un ospedale retto dai monaci la cui regola era simile
a quella dei famosi Spedalieri di Altopascio. Negli Statuti di Parma
redatti verso la metà del secolo, vi sono precise disposizioni
per gli addetti alla custodia di questo ponte. L'opera, danneggiata
nel 1269 e nel 1277, venne ricostruita a partire dal 1294, ma rovinò
ancora poco dopo, né per allora si tentò di ricominciare.
La via Emilia aveva un ponte antico sulla Parma nell'omonima città,
ma alla fine del secolo XII in seguito a un cambiamento di letto
venne a trovarsi sul secco e si dovè costruirne un altro;
l'opera fu iniziata nel 1207, secondo Fra Salimbene. Il ponte venne
mantenuto data la sua posizione rispetto al centro urbano. Anche
sull'Enza nel 1285 si stava costruendo un ponte: l'anno seguente
era finito.
La Secchia, uno dei fiumi di più largo letto che s'incontrino
tra Piacenza e Bologna, avrebbe riavuto il suo ponte in corrispondenza
dell'Emilia, per opera della contessa Matilde. Ma in verità
le prime notizie su di esso risalgono a molto dopo, e il Tiraboschi
ne trovò sicura testimonianza solo per la seconda metà
del Duecento. Inoltre la sua durata fu breve; un ospedale che sorgeva
in quel luogo lungo la strada già prima del ponte continuò
però a sussistere anche dopo di esso.
Particolare importanza tra Modena e Bologna ebbe il ponte su Panaro
che segnava il confine fra i territori delle due città. Anche
su questo fiume fu fatto un ponte nel secolo XIII e vi sorse un
ospedale tenuto da religiosi. Nel 1354 i Viscontei campeggiando
nel territorio di Modena fecero un ponte sul Panaro "dove era
stato in antico". Ciò vuol dire che ormai l'antico era
rovinato, ma anche la costruzione allora intrapresa aveva carattere
provvisorio. Sulla Samoggia un ponte esisteva nel secolo XIII e
veniva completamente rinnovato all'inizio del Trecento.
Per la costruzione infine di un ponte in muratura sul Reno gli storici
locali indicano la data del 1257, ma è dimostrato che esso
esisteva almeno dal 1220. C'erano anche qui un ospedale e dei "ponterii"
che curavano il manufatto, il quale peraltro nel 1257 passava al
comune che lo affidava successivamente a dei rettori. Il ponte venne
mantenuto con continui restauri, e a prescindere da interruzioni
più o meno lunghe assicurò il superamento del fiume
fino all'epoca moderna.
Queste notizie, alle quali dovrebbero essere aggiunte altre relative
a ponti minori e a lavori di miglioramento del fondo, mostrano che
i piccoli stati comunali interessati al traffico sulla via Emilia
sentirono l'importanza della grande arteria e le dedicarono molte
delle loro non illimitate risorse. Anche nello specifico campo delle
comunicazioni stradali il comune italiano dà dunque prova
della straordinaria vitalità sua e di quella classe mercantile
a cui tanto doveva. E va anche ricordato come i comuni provvedessero
a tutelare le strade e le corporazioni vi facessero sorgere stazioni
ed alberghi, mentre andavano decadendo gli ospizi creati dai religiosi
per facilitare i pellegrinaggi. Considerando il traffico lungo tutta
la strada i risultati non erano tuttavia pari agli sforzi sostenuti.
Le iniziative dei vari comuni non erano coordinate, e i conflitti
in cui i piccoli stati erano così spesso coinvolti facevano
sì che qua o là chi viaggiava trovasse degli ostacoli.
Ma ciò dipendeva dai difetti naturali dell'istituzione, quelli
che alla fine ne avrebbero causata la crisi, aprendo la via alla
formazione di organismi territorialmente più vasti.
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